LA SCACCHIERA E IL BANG

L’ETA’ DELL’INDIVIDUALITA’ 1929-39

Nel 1929 insieme al crollo della borsa di Wall Street si verica un’altra crisi, quella cioè del paesaggio industriale e delle sue “regole” in architettura. Negli anni trenta proseguono le analisi e le proposte da parte del CIAM su come impostare funzionalmente i temi della nuova società. Nel mondo architettonico ci si ritrova di fronte a due macro pensieri e approcci: il primo, quello Americano, imposta il discorso architettonico per la maggior parte su temi riguardanti lo Stile. Nel 1932 la mostra al MOMA organizzata da Philip Johnson promuove l’International Style verso un’architettura astratta, asciutta e pura. Al pensiero Americano di oppone quello Tedesco che oppone allo stile internazionale una mitizzazione del passato con un approccio etico-funzionale che sraà condiviso in poco tempo da quasi tutta l’Europa.

Le risposte a questa crisi saranno comuni per quanto riguarda gli aspetti tecnologici, la condivisione del superamento dell’apparato decorativo ecc. Altre risposte saranno personali in risposta a cultura diversa, al sentire diverso e alle situazioni diverse.

Questo secondo concetto introduce così il tema dell’INDIVIDUALITA’, l’individualità di una cultura e di un architetto che, influenzato dal proprio imprinting e da altri aspetti personali “declina in modo personalizzato una serie di convincimenti comuni” in architettura.

Questo dilemma dell’architettura sarà risposto da tre architetti chiave: Alvar Aalto, Giuseppe Terragni e Franck Lloyd Wright.

Per Terragni sarà importante la presenza del passato e delle sue stratificazioni e risponderà in  con un approccio vicino alla metafisica (forme e volumi architettonici puri)  e al cubismo  (tensioni dello spazio dinamiche e trasparenza).

Per Aalto l’imprinting sarà una chiave di progetto molto frequente: l’architetto capisce come combinare il mito della funzionalità macchinisra con la presenza della natura accogliente con la sua forza sensuale e mistica.

FRANCK LLOYD WRIGHT

Un tema ricorrente in Wright è l’orizzonte, inteso come energia vitale, espressione di architettura ed espressione metaforica sull’esistenza. Wright respira da sempre la natura e la sua orizzontalità soprattutto nella sua prima fase, quella delle case della Prateria e coltiva parallelamente i suoi pensieri sul mondo e sulla cultura..

La poetica di Wright vive di spazialità e di struttura; questa, forse meno esplicita è legata al concetto molto forte di sincerità e organicità dell’edificio: struttura e riempimenti sono INTERDIPENDENTI e nessuno dei due segue o precede l’altro.

Le parti strutturali e non strutturali di un edificio vengono a far parte di un sistema unitario di creazione e articolazione, di cioè un ORGANISMO DINAMICO, diverso da Sullivan (dipendenza dalla struttura) e diverso da Le Corbusier (indipendenza dalla struttura).

Quello che per Sullivan è costituzionale, per Wright è organico! L’organicità riguarda tanto il dettaglio quanto la maglia strutturale… come il DNA, un dettaglio contiene tutte le informazioni dll’architettura.

La griglia spaziale di Wright rappresenta la tensione alla sincerità dell’architetto… una tensione che abbraccia tutti gli aspetti del proprio operare e pensare. Ma oltre all’aspetto filosofico e teorico, come applica Wright il suo orizzonte?

Il metodo prescelto dall’architetto ha le sue origini nel gioco dalle mille proprietà assemblative di Friedrich Froebel in seguito riportato.

Anche Wright come Le Corbusier ha una griglia, ma questa volta è spaziale.

La GRIGLIA SPAZIALE di Wright è il METODO generativo, un metodo inteso come strumento di libertà proprio della democrazia stessa della città americana: libertà entro alcune maglie generali.

Le idee della prima fase di Wright influenzeranno tutta l’Europa con i principi di esensione dello spazio da dentro a fuori, la rottura della scatola, la purezza dei materiali, il risucchiare viste e il rendere l’architettura un EVENTO.

Wright inoltre elabora una forte idea di città legata all’idea di MOVIMENTO. “L’ auto consente un rapporto dinamico tra costruzione e territorio”: la città moderna è vista in movimento e non può dunque esserci una prefigurazione di una forma della città a priori. La città è diffusa e non si ferma.

Un pò come la città, l’architettura di Wright non sarà un oggetto meccanico e autonomo, bensì un essere vivente e naturale: questa non è una negazione della macchina o dell’aeroplano di Le Corbusier, bensì una diversa interpretazione, una visione stendibile e non limitata dell’oggetto architettonico: da qui lo studio delle case a L che rispondono perfettamente a questi principi estendibili oltre che a concezioni funzionali e abitative analizzate.

Wright affronta dopo il 1929 lo studio della questione organica in modo ancor piu’ intenso e definisce quelli che per modo di dire saranno le linee guida del suo pensiero: una forza spaziale libera e una riduzione di elementi iconici.

Da qui il via a invenzioni come il pilastro-albero, a creazioni come il Guggenheim ecc ecc… il tutto legato da ASTRAZIONE-NUOVA FIGURAZIONE-ASSOCIAZIONI funzionali-spaziali.

La CASA SULLA CASCATA arriva nell’ultimo periodo del lavoro dell’architetto e ne rappresenta un pò l’autobiografia di pensiero e di poetica:

ritornano qui i temi delle case della prateria e quelli della libertà spaziale organica, quelli della concezione interdipendente della struttura e del riempimento, quelli delle concezione iconica di un centro inteso in questo caso il camino, come centro generatore, ritornano i temi di liberà della fase organica che in modo ancor più potente si radicano nella concezione della maglia strutturale intesa quindi come un odine direzionale e indicativo dello spazio e del riempimento. Casa sulla cascata è l’albero con il fusto in pietra con i rami in cemento che si liberano fluttanti nella natura, non per relazionarsi a questa, ma per vivere con questa con una personalità singolare e rispettosa.

INTERPRETAZIONE E SCACCHIERA

La scacchiera nel video riportata rappresenta la mia interpretazione del metodo dell’architetto preso in esame. Quello che nell’esercizio ho voluto rappresentare è stato un pò il metodo compositivo dell’architetto nella Casa sulla Cascata: scegliere un centro (parallelepipedo grigio) e costruirci intorno l’ORIZZONTE attraverso logiche che vanno incontro a principi di direzionalità variabili in base alla calamita attrattiva del contesto o di altri elementi motori della composizione. Ho mancato di riportare la logica strutturale direzionale della poetica di Wright solo per un voler sottolineare la composizione spaziale delle sue architetture. Ovviamente ribadisco la mancanza di tale aspetto vincolante e determinante (di seguito trovate una foto dell’aggiornamento della griglia con l’aggiunta di questo aspetto a dir poco fondamentale del metodo Wrighiano). La scelta di ultilizzare come centro generatore una “montagna di curve di livello” è stato un omaggio all’imprinting Wrighiano legato alle praterie e alle colline e un tentativo di simulare il processo generativo del ORIZZONTE in senso fisico: sfilando dei cassetti dalla natura disegno architetture.
Di seguito riporto uno schizzo che rappresenta un pò la mia idea di progetto e che per spero chiare ragioni ho trovato coerente alla poetica Wrighiana: un organismo pieno (quello a righe) attraverso e intorno a cui sfilo piani e terrazze di incastro nelle direzoni e a altezze che la natura del lotto e del contesto mi suggerisce.
La mia idea di progetto abbraccia Villa Glori nella cinta bassa e si arrampica saltuariamente in punti piu alti. La scelta di dedicare cosi tanto spazio all’infrastructuring del posto è legata anche alla volotna di dare molto spazio aperto agli scout, attori del mio processo, che per loro esigenza hanno bisgogno di spazi aperti. Il programma di una sede scout inoltre risponde anche a livello iconico e simbilico la poetica di Wright: anche nel mio progetto la parte grigia da cui tutto viene attraversata è il entro propulsore dell’edificio : la sala di riunioni e attività oltre che il “fuoco” vero e proprio centro della vita scout serale, per il momento pensato il uno spazio concetrico verso cui tutta l’architettura tende.

nome architettura: DRAWER

SCHIZZO

Un ringraziamento a mio fratello Fabio Leggieri per avermi aiutata a fare il video.

prova

Aggiornamento scacchiera:

-insermento della struttura

-maggiore possibilità di slittamento dei piani

-moltiplicazione dei centri propulsori

LUOGO DELLA MEMORIA

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Parlerò in questa sezione del mio paese nativo.. che poi in verità nativo non è. Sono nata a San Giovanni Rotondo (oggi circa 30.000 abitanti), in provincia di Foggia, in una terra piena di natura, e sono vissuta per 18 anni a San Marco in Lamis (oggi circa 13.000 abitanti), “la capitale” degli anni ’70 della zona. Da quando sono bambina assisto ai dibattiti tra sammarchesi e sangiovannesi su quale delle due città “sia la migliore”. Per fortuna questa doppia appartenenza mi consente di superare questo dibattito, e fondamentalmente amo entrambe le terre. San Marco in Lamis è un paese che nasce in una conca, come un sasso lanciato nell’acqua, le onde intense al centro, veloci, vicine, quando si allontanano dal sasso si spalmano, si calmano, si allargano… San Marco è così… veloce, pieno, denso nella parte centrale bassa e più lineare e ordinato nella parte alta. Come tanti segmenti sfreccianti, succesivi e sfalsati, le case a schiera costeggiano la parte alta del paese, la parte alta a Est e Ovest del paese. La mia casa si trova qui, nello “Starale”, a Est, nella Sanmarco dei giovani degli anni ’90 in cui le nuove famiglie costruiscono il proprio nido e in cui il vocio dei bimbi è la costante musica dei pomeriggi estivi. Sono cresciuta qui. Nello “Starale”. Insieme ai miei compagni di quartiere ero orgogliosa e fiera di vivere in questo posto: andavo a scuola con il “pullmino” perche a piedi sarebbe stato pericoloso, e tornavo a casa con il pullmino. Voglio raccontare una esperienza: San marco è a 500 m di altitudine nella parte bassa e a 600 m nella parte alta. D’inverno è un paese che si riempie letteralmente di neve, le scuole si chiudono e le macchine restano nei garage per settimane; la mia casa è nella parte piu’ alta e in caso di neve è la prima ad essere inondata… quante volte ho aspettato il bus per andare a scuola con la neve… quante volte ho raggiunto la scuola insieme ai compagni di quartiere.. quante volte la scuola era chiusa e noi dello Starale con pullmino eravamo stati gli unici a provare ad andarci! comunque.. vorrei descrivere questo posto, e vorrei provare a comunicare la passione che ho per questa zona, la passione che ho per quella vita e per quella bellezza. Proverò a costruire un’immagine, che piano piano si sta concretizzando nella mia mente e che potrebbe raccontare sufficientemente bene il mio imprinting: lo Starale è sviluppato prevalentemente lungo un’ unica direzione ed è costituito da stecche di case a schiera molto piacevoli, costituite da giardinetti e rampe di ingresso in mattoncini. Le case a schiera sono disposte in due modi differenti: le prime sono parallele alla dimensione prevalente del quartiere e le seconde ruotano invece di 90° e si trovano nelle parti piu marginali e alte, quasi a cucire tutto il tessuto alle montagne. La mia casa fa parte della prima tipologia e si affaccia su uno stradone abbastanza grande e esattamente di fronte ha un complesso che fino a 10 anni fa era il liceo scientifico del paese. Questo complesso di edifici è piu basso rispetto al mio terrazzino di affaccio, ed è seguito da una imponente onda verde che spalma la visuale in orizzontale.

Mi spiego meglio: se apro la porta di casa vedo il verde, vedo una montagna lunghissima che si estende e corre verso un punto di fuga irraggiungibile, una corsa che è accompagnata dalle  casette del paese in basso, che si arrampicano, si allungano, si protraggono per stare al passo. Di fronte la mia casa vedo dunque questa lunga montagna sotto la quale tutto il paese si dispone in modo irregolare, con altezze e colori differenti.  La stecca a cui appartengo (nominarla così non rispecchia la mia idea, ma non ho altri termini al momento per identificarla) si affaccia su questa scena ed è abbracciata dietro da un’altra di forse piu’ notevole interesse, verso la quale però ho una visuale piu’ ridotta, costituita da altissime montagne su cui spuntano saltuariamente delle casette, montagne incombenti sul costruito, montagne su cui da bambina ho forse giocato (una volta ci sono stata con gli scout), che zombettanti e vicine al cielo, proteggono la terra e sembra la osservino con divertimento e soddisfazione. Queste due sono le scene di fronte e dietro la mia casa.

Ovviamente la conca verde di montagne prosegue circondando la mia visuale anche ad Est, lasciando però ad Ovest un lato piu o meno indefinito: come prima descrivevo… appare ai miei occhi come un punto di fuga irraggiungibile che nel momento il cui lo sguardo lo cerca, smette di cercarlo perchè colto da altre scene piu’ importanti…

Mi piace pensare a questo posto perché oltre ad essere il luogo della mia infanzia lo trovo ancora oggi affascinante e stimolante.

La mia casa si costruisce sul pendio… letta in sezione ha una rampa ascendente che porta a un piano terra-studio che grazie a delle scalette sbuca su un giardinetto piu in alto, il quale è stato un po’ il mio paradiso da bimba: in questo posto non potevo andarci sempre perche è esposto a Nord e c’è quasi sempre ombra e vento; per questo motivo il pomeriggio era spesso freddo e mia madre non mi permetteva di starci troppo tempo; in questo spazio potevo costruire e giocare piu liberamente ai giochi piu stupidi che mi venivano in mente, perche sapevo fosse un posto protetto e nascosto: le montagne da un lato, la mia sola cameretta dall’altro. Tutto schermava i miei giochi tranne gli altri giardini delle case a schiera, con i quali avevo un rapporto visivo costante che arricchivano il valore del posto poiche i miei piu stretti vicini erano anche i miei migliori amici; dunque questa architettura a schiera, che piu esattamente seguiva una curva concava nella parte del giardino piuttosto che una linea retta, si può dire che mi ha regalato uno spazio aperto personale e una scena di gioco assolutamente sopra le righe: non è da tutti giocare a pallone con il vicino utilizzando la ringhiera di separazione dei giardinetti come una rete!

Stare dentro e pensare da fuori! Può essere una filosofia interessante.

Posso pensare di aver ragionato su un imprintig in sezione, in prospettiva e in natura.. È la parte che più mi affascina del mio paesaggio… Immagino la mia casa posizionata su una importante discesa: la mia casa è ferma, non ha motivo di rotolare ma il gioco naturale è quello… e allora nasce la magia. Immagino la mia casa facente parte di tante saette parallele ma poco regolari che puntatno verso il centro del paese..puntano..ma in realtà ci galleggiano sopra. Immagino il mio paese come un ciotola con i lati smussati, in cui nulla scivola verso centro, ma anzi, tutto sembra esserne uno.